LIVELLI DI GUARDIA

CHE TEMPO FA
Legge ebraica e legge dello Stato a confronto
Un ragionamento oltre l’emotività sulla pena di morte

Vari interventi concernenti la nuova legge che si propone di introdurre la pena di morte nell’ordinamento dello Stato d’Israele hanno suscitato questa mia breve ricerca.

Cosa dice il testo: la norma si attiva nei casi di omicidio intenzionale con movente nazionalistico, vale a dire in atti diretti a negare l’esistenza di Israele, e si applica in modo differenziato: nei tribunali militari della Cisgiordania diventa quasi automatica dopo la condanna, mentre nei tribunali civili israeliani rimane un’opzione discrezionale rimessa ai giudici. L’esecuzione avviene mediante impiccagione, entro il termine rigoroso di 90 giorni dalla sentenza, prorogabile fino a 180 in caso di particolare complessità logistica, mentre l’ergastolo costituisce l’unica alternativa in circostanze eccezionali, come nel caso di collaborazione con le autorità.

È evidente che una simile proposta normativa non può lasciare indifferenti. Purtroppo, tuttavia, la maggior parte degli interventi sul tema si sviluppa in un clima di forte emotività, ricorrendo sovente a casi estremi, tanto in un senso quanto nell’altro. Proprio per la gravità della materia, occorre invece sottrarsi alla facilità delle reazioni immediate e assumere un approccio più rigoroso e meditato.

In quanto ebrei — e proprio perché è lo Stato d’Israele a promuovere una simile legge — siamo chiamati a domandarci se, dal punto di vista della Halakhà e del pensiero ebraico, una tale misura possa essere ritenuta effettivamente ammissibile, in particolare per ciò che concerne il fatto stesso dell’esecuzione.

L’impostazione qui adottata consiste nel ripercorrere le principali fonti ebraiche relative alla questione e nell’esaminare, almeno in parte, quale statuto possa essere attribuito allo Stato d’Israele all’interno di questa problematica halakhica. È dunque a partire da tale interrogativo, insieme teorico e attuale, che si può entrare nel cuore della questione.

CHE TEMPO FA
Autodifesa, identità, capacità progettuale
Dal tunnel senza luce a un futuro da inventare

Che fare? È ritornando alla domanda centrale di Chernichevsky e di Lenin che riusciamo forse a esprimere, ridotto all’ osso, il dilemma che ci attanaglia oggi in quanto ebrei. Come reagire all’ondata di odio, di esclusione, di condanna morale che investe Israele per la sola colpa di esistere, tutti gli israeliani perché ne sono cittadini, tutti noi ebrei in quanto naturalmente solidali con la nostra Terra di elezione? La constatazione quotidiana di aver ormai iniziato inesorabilmente lo scivolamento progressivo in un baratro che di nuovo si apre poco a poco (ogni giorno un pezzettino in più) sotto i nostri piedi ci pone in una condizione esistenziale di amarezza crescente, di angoscia inestinguibile, di vuoto e di mancanza di prospettive solide rispetto al nostro futuro. Questa dolorosa consapevolezza è importante, perché ci fornisce una realistica percezione del nostro vivere attuale, indispensabile per ogni possibile scelta di orientamento e condotta. Ma di per sé, oltre che sofferente, essa è insufficiente, poiché rischia di confinarci in un atteggiamento di rassegnata passività, inutile e di fatto dannoso. Come deleteria mi pare ogni reazione troppo facilmente fatalistica, tendente a considerare l’attuale nuova ondata antisemita come il periodico inevitabile riemergere di un fiume carsico ultramillenario; ciò è probabilmente vero, ma di per sé non adeguatamente esplicativo e soprattutto sterile e rinunciatario. Più negativo ancora mi sembra il perenne piangersi addosso che troppo spesso caratterizza le reazioni dell’ambiente ebraico della diaspora.

ESTNORDEST – LA NUOVA GUIDA IN INGLESE
Un cammino difficile tra Giustizia e Memoria
a 50 anni dal processo sulla Risiera di Trieste

La storia della Risiera di San Sabba a Trieste non racconta solo le atrocità commesse dai nazisti sul territorio italiano; è anche una riflessione profonda sulla politica della Memoria e sul cinico pragmatismo della diplomazia postbellica.
Sebbene i crimini avvenuti nell’unico campo di concentramento con forno crematorio presente in Italia fossero noti subito dopo la Liberazione, ci vollero più di trent’anni affinché un processo formale giungesse alla sua inevitabilmente deludente conclusione nel 1976.
Oggi, a cinquant’anni da quel verdetto, il confronto con la verità storica rimane una ferita aperta, resa evidente anche durante la recente presentazione alla libreria Ubik di Trieste della versione in inglese di Mark Brady del libro di Tristano Matta, “The Risiera Concentration Camp. From Nazi Occupation to the Trial in Trieste”, edito dalle edizioni di Battello Stampatore.
Come scrive l’autore nella prefazione all’edizione inglese: «A più di dieci anni dalla pubblicazione della prima edizione italiana, ormai esaurita, i fattori che hanno portato ad essa sono ancora presenti. Anzi, si può dire che si facciano sentire ancora più fortemente».

ESTNORDEST – TRIESTE INVENZIONE DELLA MIA ANIMA
Quando Ungaretti incontra Saba
traspare il pregiudizio antiebraico
che serpeggiava all’inizio del Novecento

Vorrei condividere qualche considerazione riguardo a uno specifico elemento che appare nella mostra curata da Stefano Crise «Trieste, invenzione della mia anima. Ungaretti e Trieste: cronaca di un incontro» alla Biblioteca statale Stelio Crise della città giuliana.
Giuseppe Ungaretti era un poeta e traduttore italiano, insignito di importanti riconoscimenti. La mostra è un percorso documentario che ricostruisce i quattro incontri ufficiali del poeta con Trieste tra il 1948 e il 1968, attraverso una ricca selezione di lettere, immagini, cronache giornalistiche e filmati. Questo approccio mette in luce soprattutto i rapporti personali e culturali con la città e con il suo mondo intellettuale. Radio, televisione e altri media dell’epoca contribuiscono a mostrare come Ungaretti diventi una figura pubblica e un’icona culturale.
Uno dei pannelli della mostra recita:
«Ungaretti ricorda con emozione Umberto Saba, con cui ha intrattenuto un rapporto ambivalente, riconoscendone l’originalità inquieta. Ne evoca la voce dolente e la fragilità nei giorni bui delle persecuzioni razziali.»
Infatti, dopo il 1938 Saba cerca rifugio prima a Parigi, poi a Roma (nascosto in casa di Ungaretti), a Firenze e poi a Milano.
C’è una sfumatura che mi ha colpito. È esposta una citazione da una lettera di Ungaretti al critico letterario Emilio Cecchi, datata 3 gennaio 1926:
«L’originalità di Saba è in quella sua potenza equivoca (direi oscena, ebreissima), senza intelligenza, e quindi non introspettiva, tutta, esclusivamente, sentimentale, sessuale: cieca… quella sua vena torbida, quella sua arte ch’è fatta di involontaria, spesso efficacissima deformazione, lo mettono tra i tre e quattro scrittori di versi italiani d’oggi degni di ammirazione».