CHE TEMPO FA
Legge ebraica e legge dello Stato a confronto
Un ragionamento oltre l’emotività sulla pena di morte

Vari interventi concernenti la nuova legge che si propone di introdurre la pena di morte nell’ordinamento dello Stato d’Israele hanno suscitato questa mia breve ricerca.

Cosa dice il testo: la norma si attiva nei casi di omicidio intenzionale con movente nazionalistico, vale a dire in atti diretti a negare l’esistenza di Israele, e si applica in modo differenziato: nei tribunali militari della Cisgiordania diventa quasi automatica dopo la condanna, mentre nei tribunali civili israeliani rimane un’opzione discrezionale rimessa ai giudici. L’esecuzione avviene mediante impiccagione, entro il termine rigoroso di 90 giorni dalla sentenza, prorogabile fino a 180 in caso di particolare complessità logistica, mentre l’ergastolo costituisce l’unica alternativa in circostanze eccezionali, come nel caso di collaborazione con le autorità.

È evidente che una simile proposta normativa non può lasciare indifferenti. Purtroppo, tuttavia, la maggior parte degli interventi sul tema si sviluppa in un clima di forte emotività, ricorrendo sovente a casi estremi, tanto in un senso quanto nell’altro. Proprio per la gravità della materia, occorre invece sottrarsi alla facilità delle reazioni immediate e assumere un approccio più rigoroso e meditato.

In quanto ebrei — e proprio perché è lo Stato d’Israele a promuovere una simile legge — siamo chiamati a domandarci se, dal punto di vista della Halakhà e del pensiero ebraico, una tale misura possa essere ritenuta effettivamente ammissibile, in particolare per ciò che concerne il fatto stesso dell’esecuzione.

L’impostazione qui adottata consiste nel ripercorrere le principali fonti ebraiche relative alla questione e nell’esaminare, almeno in parte, quale statuto possa essere attribuito allo Stato d’Israele all’interno di questa problematica halakhica. È dunque a partire da tale interrogativo, insieme teorico e attuale, che si può entrare nel cuore della questione.

Il numero zero

ACCADDE DOMANI – LA RIVISTA “K.” IN SCENA
Gli ebrei d’Europa in terra sconosciuta
Che spettacolo il giornale che li racconta

Allora possono. Ridere, cantare, ascoltare gli altri, fare proposte senza pretendere di avere tutte le spiegazioni in in tasca. Possono fortunatamente anche loro, come tutti gli altri. La Rivista internazionale “K.”, un’originale miscela fra pubblicazione accademica e stampa divulgativa che settimana dopo settimana affronta da una prospettiva europea e con la massima serietà temi identitari e situazione gepolitica, Memoria, crisi del Medio Oriente e antisemtismo, ha incontrato al Théâtre de la Concorde di Parigi il suo numerosissimo pubblico lasciando da un canto la saccenza e una certa Besserwisserschaft (l’arte di saperla sempre e comunque meglio degli altri) che la contraddistingue e mettendo in scena una rappresentazione travolgente e divertente.
“Ebrei d’Europa: appuntamento in terra sconosciuta”, il titolo dell’appuntamento che ha tenuto con il fiato sospeso una sala gremita, e ha visto alternarsi sul palco del teatro sulla place de la Concorde, giornalisti, intellettuali, musicisti, attori e il maggiore disegnatore europeo, il leggendario autore della serie del “Gatto del rabbino”, Joann Sfar.
E da lì in poi si è proceduto a tutta forza. La forza K. Coinvolgendo il pubblico e alternando alla rigidezza del tradizionale rigore scientifico un senso dell’umorismo cui non si ricorre mai abbastanza nei tempi di crisi, gli organizzatori hanno donato a tutti una serata che è riuscita a riportare l’attenzione sul ruolo delle riviste culturali e in particolare su questa testata che ha sempre mostrato l’ambizione di essere una delle voci più rispettate del mondo ebraico europeo colto e consapevole.

ACCADDE DOMANI – LA LEZIONE DI CHARLIE HEBDO
Il giornale del coraggio denuncia l’odio antiebraico
e ci salva dai tromboni e dai piagnoni

LIVELLI DI GUARDIA – FELIX VALLOTTON
Il grande ritorno dell’artista che per Dreyfus
lasciò il segno contro servilismo e censura

Non c’è mai niente di buono in vista quando, per pochezza o per paura, l’establishment ebraico sceglie di adeguarsi e di appoggiare con il silenzio o con il servilismo le politiche repressive. Abusi di potere e sproporzionato uso della forza sono oggi come sempre un pessimo segnale per le minoranze. Alla vigilia del XX secolo, che già si annunciava con tutti i suoi orrori, fu Emile Zola a rompere la cappa di un intollerabile silenzio sulle prevaricazioni antisemite del processo Dreyfus con il suo celebre “J’accuse”. Negli stessi giorni un artista fuori dagli schemi traduceva in forma grafica e stampabile quella stessa denuncia. Simpatizzante dell’anarchismo, Felix Vallotton trova nell’incisione su legno un mezzo privilegiato per esprimere le sue convinzioni libertarie e contribuire con l’immagine alla lotta contro le disuguaglianze sociali. Tavole come La charge, L’anarchiste o La manifestation denunciano la brutalità delle forze dell’ordine. A partire dal 1894, questo attivismo politico si sposta verso il disegno giornalistico, al quale Vallotton riserva ormai l’espressione del suo impegno a favore di una giustizia equa, fondata sull’uguaglianza dei diritti. Fin dalla sua creazione nel 1897, collabora a Le Cri de Paris, uno dei pochi periodici a chiedere la revisione del processo al capitano Dreyfus, ingiustamente condannato alla deportazione a vita. In prima pagina, Vallotton firma diversi disegni che, come il famoso J’accuse…! di Émile Zola, denunciano questo complotto antisemita. Una rivoluzione nella concezione delle potenzialità politiche della stampa libera e una rivoluzione nella lotta all’antisemitismo. Nel 1902 Vallotton realizza 23 litografie raccolte sotto il titolo Crimes et châtiments (Crimini e punizioni) per un numero speciale della rivista L’Assiette au beurre. In esse vengono denunciati con forza, attraverso le immagini e le didascalie, gli abusi di potere e la sproporzionata severità delle punizioni. Il padrone, proprietario, marito, prete e agente di polizia sono criticati con implacabile severità.
Queste incisioni sconvolgenti che continuano a costituire un monito contro tutti gli autoritarismi tornano oggi alla luce nell’abbagliante esposizione che Losanna, città natale di Félix Vallotton (1865–1925), ospita nella più grande retrospettiva mai dedicata all’artista, in occasione del centenario della sua scomparsa.

INSIEME PER LA LUCE / ACCADDE DOMANI
L’albero di Natale nel salotto di Theodor Herzl
e due rabbini alle prese con la recita dell’Avvento

INSIEME PER LA LUCE / ACCADDE DOMANI
La Casa del ridere sogno incompiuto e progetto necessario
dell’ebreo italiano che nuotò il cielo a gran bracciate

L’ARCHIVIO DI CLAUDE LANZMANN AL MUSEO EBRAICO DI BERLINO
“Avevo solo il nulla”. Le voci che denunciano l’orrore
e il regista disarmato che ha riscritto la storia della Shoah

Ripensare i giornali, liberare il futuro

Stampa ebraica in Italia. La voglia di nuovo è nell’aria. Ma è necessario ripensare i giornali esistenti, o crearne di nuovi, che siano più adeguati alle esigenze di questa stagione difficile. Da dove si comincia? Come muovere i primi passi?

Certo servono idee chiare e se possibile trasparenti.
giornalisti professionisti, possibilmente lontani dai pressapochismi, e di commentatori equilibrati, possibilmente privi della boria e dai paternalismi che spesso flagellano il mondo accademico.
Certo è necessario chiamare a raccolta molti volontari.
Certo serve definire con chiarezza strategie e obbiettivi da raggiungere.
Certo bisogna evitare i bavagli, le censure, le inibizioni. E bisogna tenersi alla larga dalle devastazioni della propaganda fine a se stessa. Se vogliamo raggiungere componenti vive della società che ci sta attorno, non è proprio quello che ci serve.

Per fare un giornale è necessario ragionare di investimenti. E non tanto di investimenti come capitali economici, ma di investimenti di energie, di disponibilità, di intelligenze. 

Per questo se non si fa avanti un collettivo di persone determinate, disponibili e solidali, molto difficilmente questo giornale potrà prendere corpo e superare lo stato di progetto.

Strategie intelligenti, infatti, consentono di assicurare che i costi di organizzazione, stampa, distribuzione, possano essere estremamente limitati, forse anche ridotti a zero.

Esperienza professionale e trasformazioni tecnologiche possono aiutare e possono rendere realizzabili anche iniziative editoriali molto complesse che non godono di grandi coperture finanziarie. E queste novità possono favorire la vita di giornali capaci di offrire ai lettori pagine che diano un senso di libertà e di indipendenza.

Ma al di là delle note più dettagliate che il lettore trova in questa pagina, delle domande che crediamo sia doveroso porsi e delle risposte che stiamo cominciando a definire, cosa altro servirebbe?

Servirebbe forse soprattutto un gesto di coraggio: creare un posto di lavoro per un giovane che abbia voglia di fare il giornalista.

Un praticantato giornalistico per una nuova testata ebraica italiana sarebbe davvero la rivoluzione che ci serve.

E non solo perché creare un posto di lavoro destinato ai giovani è naturalmente un’azione concreta molto significativa, di fronte a tante politiche giovanili imbottite di parole che non hanno mai prodotto un fatto.

Non solo perché formare professionalmente un giovane giornalista in campo ebraico significa investire sul futuro di questa minoranza.

Non solo perché un praticantato giornalistico, così come regolato dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico, significa creare lavoro stabile, riconosciuto e qualificante, e non precariato.

Un praticante giornalista in redazione potrebbe soprattutto consentire il regolare svolgimento del lavoro necessario per realizzare un nuovo giornale ebraico.

Per questo motivo, se mai questo giornale dovesse nascere e se fossero disponibili investimenti, per quanto piccoli, a sostenerne l’esistenza, crediamo che la miglior maniera di impegnare questi investimenti, prima di qualunque altra cosa, sia di chiamare al lavoro un giovane che voglia fare il giornalista.

E aiutarlo a realizzare assieme il suo futuro e i nostri sogni.